Il Circo Massimo, ovvero il mondo di Ben Hur

Dopo 6 (alcuni dicono 7) anni di scavi e lavori, il 17 novembre scorso ha riaperto al pubblico il tratto del lato curvo del Circo Massimo sopravvissuto alle spoliazioni sistematiche di cui l’edificio è stato oggetto nel corso dei secoli. Il costo del biglietto varia dai 3 ai 5 euro a seconda se si risiede o meno nel Comune di Roma e da oggi è liberamente accessibile, dalle 10.00 alle 16.00, solo il sabato e la domenica: il resto della settimana l’ingresso è consentito, dietro prenotazione, solo a gruppi di max 30 persone.
L’area non è molto grande e si potrebbe obiettare che è comodamente visibile dall’esterno:

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Ma in realtà la suggestione che si ha camminando tra le rovine è notevole: per più di mille e trecento anni, dalla fondazione di Roma (753 a.C.) secondo la leggenda fino al 549 d.C. (anno dell’ultima corsa accertata) – quindi ben oltre la caduta dell’Impero Romano d’Occidente (476 d.C.) – qui si sono svolti i ludi circensi, lo spettacolo che più di qualunque altro ha appassionato i Romani, perfino più dei giochi gladiatori (che si svolgevano meno frequentemente):

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Per questi corridoi sono passati chi dice 150.000, chi 250.000, chi perfino 385.000 spettatori. Quel che è certo è che il Circo Massimo, il più grande edificio per spettacoli mai costruito dall’uomo, è stato progressivamente ampliato nel corso dei secoli, soprattutto dopo l’incendio neroniano del 64 d.C., quando dovette essere integralmente ricostruito e assunse il suo aspetto (quasi) definitivo sotto Traiano.

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Incendio neroniano che scaturì proprio dal lato curvo del Circo Massimo e precisamente la parte paradossalmente sopravvissuta e oggi visitabile. Difatti, lungo tutto il suo percorso esterno si aprivano negozi, taberne, lupanari e magazzini contenenti materiali infiammabili.

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Ma non potevano mancare anche le latrine (al pianterreno) e perfino gli orinatoi a intervalli regolari lungo i corridoi:

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Quel che pochi sanno, inoltre, è che esisteva un dislivello tra la strada che circondava il circo e la pista lungo cui correvano i carri, per cui le mura che oggi vediamo sono quelle che sostenevano la parte mediana delle gradinate (cavea): la parte inferiore è scomparsa o si trova sotto il piano di calpestio, la pista addirittura a 5 m di profondità. Scavare per riportare alla luce la spina è reso però difficile dalla falda acquifera che già in età arcaica scorreva nella valle.
Pochissimo resta anche dell’arco di trionfo di Tito (80 d.C.) che aveva la funzione di Porta Triumphalis, ma ciò che è rimasto ha comunque permesso l’ipotetica ricostruzione di quello che gli archeologi considerano il più grande arco celebrativo dell’antica Roma:

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E poi c’è la medievale Torre della Moletta, miracolosamente scampata all’opera di distruzione operata in epoca fascista nei confronti degli edifici medievali sorti sulle rovine romane: oggi è aperta al pubblico e permette di godere di un bel panorama.

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Ma perché i Romani amavano le corse dei carri più dei combattimenti gladiatori al punto che il tifo rasentava la follia? Ma soprattutto, le corse dei carri si svolgevano davvero come mostrato nel film Ben-Hur del 1959 e nel remake del 2016? Il cinema si prende sempre delle licenze poetiche, ma nel caso di Ben-Hur se ne sono prese fin troppe…
Se volete scoprire quali, vi aspetto domenica 22 gennaio alle ore 11.00 all’ingresso dell’area archeologica, per informazioni e prenotazioni, cliccare sulla pagina FB dedicata alla visita guidata (che comunque verrà ripetuta a febbraio, marzo e aprile, consultare le visite guidate in programma per le altre date).